Visionario

Visionario

Dal lat. visio, vidère «vedere».

Il termine italiano ‘visionario’, fino a qualche tempo fa, aveva un significato marcatamente negativo.
Avere una visione significa letteralmente riuscire a “vedere”.
Visionario era quindi chi vedeva ciò che altri non vedevano, chi aveva allucinazioni visive intese spesso come apparizioni religiose o soprannaturali. Visionario era chi considerava vere elaborazioni della propria fantasia, costruzioni non reali o irrealizzabili. Avere la testa tra le nuvole era una espressione che indicava questa incapacità di stare con i piedi per terra e di elaborare pensieri di senso ancorati alla realtà.
In questo tipo di ‘visionario’ c’è un sogno folle, c’è una pazzia.

Oggi il termine ha perso la connotazione negativa che aveva in passato. E la stessa espressione che richiamava l’inconcretezza è divenuta invece una modalità di pensiero da assecondare perché allarga la visione, rende le persone introspettive e creative, aperte alle novità e attente agli aspetti emotivi e cognitivi.
Una visione non è quindi qualcosa che offusca la vista, ma è un modo di vedere diverso e di generare idee. Non è un caso forse che visione e vedere hanno, in greco, la stessa radice di idea. L’idea nasce quindi da una percezione sensoriale – ho una idea, quindi so perché ho visto – e da un atto creativo tipico del sognatore a occhi aperti.

Sono visionari i grandi innovatori e i grandi politici, imprenditori e manager, al pari degli artisti più estrosi e inventivi. Essere “visionary” è, in molti contesti professionali, una necessità, perché è visionario chi ha una visione quasi profetica del futuro, chi sa come accoglierlo e guidarlo; chi mostra un’immaginazione straordinaria, una potente vena creativa con un carattere anticipatorio del domani; chi insegue un’idea rivoluzionaria che cambia il mercato e le regole del gioco.

Immaginare cose che non esistono non è più una divagazione inutile e folle, ma la base necessaria per chi intende innovare ed evolvere anticipando il futuro.