Fallire

Fallire

Dal lat. fallĕre «ingannare», «ingannarsi» e phàllus «radice».

Il più delle volte il fallimento è visto nella sua accezione da dizionario, come mancanza di successo, o legale, cioè come «istituto giuridico» attraverso il quale si prende atto della difficoltà di un imprenditore a continuare la propria attività e a soddisfare le aspettative dei soci, dei lavoratori e della collettività. Il fallimento è quindi il punto finale di una serie di errori, spesso sistematici e ricorrenti.
Ma il fallimento ha una dimensione – oltre che oggettiva – anche soggettiva.
Il termine infatti va oltre la mera definizione giuridica e assume un significato simbolico che investe la persona e la sua identità. Il concetto è frequentemente associato a termini quali: inutilità, vergogna, disastro, debito, rinuncia, impossibilità. Dichiararsi fallito può quindi significare che non si è riusciti a raggiungere un obiettivo, concretizzare un desiderio, che non si è concluso nulla di importante che abbia valore per sé e per gli altri.
In tutti questi i casi il fallimento è vissuto come un marchio indelebile, uno stigma sociale che mina la stima altrui e l’autostima, mettendo in discussione desideri e capacità.

Ma l’etimologia della parola può fornirci una diversa prospettiva. Spesso si dice usa la parola fallace per indicare una cosa che ci ha tratto in inganno perché non corrisponde a ciò che sembrava promettere, che è distante dall’aspettativa che aveva creato. Il fallente è colui che induce in errore o è indotto in inganno.
Quante volte ci sentiamo falliti perché qualcuno ci ha ingannato (un compagno/a, un amico/a, il vostro datore di lavoro) o abbiamo deluso le nostre aspettative non realizzando gli obiettivi che ci eravamo prefissati?
E’ l’idea dell’inganno, della «burla», del «giuoco» che si cela spesso dietro la parola fallimento e che ci porta a considerare in modo negativo l’esperienza che abbiamo vissuto. Sentiamo che qualcuno ha tradito le nostre attese burlandosi di noi o noi stessi abbiamo tradito i nostri sogni non realizzandoli. Che abbiamo riposto eccessiva fiducia o qualcuno ha carpito la nostra buona fede.
Il fallimento è quindi fonte di delusione (da delusio ovvero illusione e da deludere prendersi gioco) e per questo vissuto come torto ingiusto, brutta sbavatura, cattiva partenza, marchio indelebile, segno della nostra incompetenza e inadeguatezza.

Fallire ha però anche assonanza con fallo: sta ad indicare l’energia vitale, l’atto di germogliare ed è simbolo di fecondità.
E se il fallimento fosse invece non un inganno ma un svelamento? Non una burla ma una opportunità? Non una disfatta senza vie d’uscita ma una nuova opportunità di crescita e apprendimento?
Cambiando punto di osservazione possiamo considerare il fallimento come una lezione di umiltà, una esperienza della realtà, una occasione per reinventarsi, un approccio per innovare e per inventare,
una mappa per prendere decisioni, un metodo di apprendimento, un allenamento delle proprie capacità e del proprio talento.
Possiamo scoprire che fallire non è sempre una tragedia, che il successo è intessuto di molte sconfitte e che il fallimento è un buon maestro.
A ciascuno può fornire indicazioni su chi siamo, cosa vogliamo davvero e quali persone meritano davvero di averci accanto.